L'istituzione dell'Eucaristia (parte 3)
3. Le parole di Gesù nell’ultima cena
Le parole sono importanti perché spiegano i gesti: “Questo è il mio corpo… questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue…”. Quel pane è il corpo di Gesù, quel vino è il suo sangue. Il simbolo del pane ci fa dire che Dio è il nostro pane, è il nostro nutrimento, così come il simbolo del vino afferma che Dio è la nostra bevanda, quella che davvero disseta. Corpo e sangue vogliono dire la realtà di Cristo, l’intera realtà di Cristo. Ma non basta! Anche qui, il pane è il corpo di Cristo e il vino è il suo sangue, ma si tratta di un “corpo dato” e di un “vino versato” perché se fosse un corpo “non dato” e un vino “non versato” non sarebbe quello di Gesù Cristo. Per cui la presenza reale, sulla quale noi giustamente insistiamo, deve essere vista come la presenza reale del Figlio di Dio che si è dato, che si è fatto pane spezzato e vino versato. Per credere nell’Eucaristia, quindi, non basta dire che nel sacramento è presente Dio, ma devo affermare che è presente un Dio con un volto che non conoscevo, cioè il volto del dono, della condivisione, del pane spezzato, della vita offerta: un Dio che si dona! Questa è una realtà importante e di grande valore. Non basta dire che nell’Eucaristia è presente Dio: ma quale Dio? Un Dio “che è versato per voi”. Il corpo è dato, e il sangue è versato. “Versato” afferma due realtà: il “dono” e il “martirio”. Questo è molto bello! Ci viene detto che il corpo dato, offerto, incontra il martirio; che Gesù è vissuto donandosi fino al martirio. E’ essenziale affermare queste verità, altrimenti perdiamo il senso cristiano della vita offerta che il mondo non capisce, non apprezza e, a volte, deride. La dedizione urta, dà fastidio: per questo viene esclusa e respinta. Il mondo uccide coloro che parlano di solidarietà, di condivisione, coloro che difendono dei diritti… Succede, a volte, che si è più liberi a parlare di Dio e, forse, si è anche condivisi, ma non si deve difendere il diritto dei poveri, degli esclusi, dei rifiutati perché allora si è sovversivi e “comunisti”…
Nell’ottica cristiana è enorme il significato del martirio. Si muore per gli uomini! Tu muori per gli uomini! Ma è proprio morendo per il prossimo che diventi l’immagine di Cristo. Per chi è morto Gesù Cristo? Per noi! Quindi, la linea orizzontale, “morire per gli altri”, è la figura di Cristo. Il martire cristiano muore come Cristo, non solo “per lui”, ma “come lui”. Non basta morire gridando: “Viva Gesù Cristo!”. Gesù Cristo è morto per difendere e salvare certe persone. Lui è morto per i peccatori. Tu le hai difese queste persone? Sei morto per salvare i peccatori? Questo è l’Eucaristia!
“Fate questo in memoria di me”. L’Eucaristia è memoriale di tutta l’esistenza di Gesù. Egli è vissuto perché tutta la sua esistenza fosse dono di sé, fino a morire per l’uomo. In tutta la sua vita ha voluto essere lo specchio di Dio. Permettetemi un paradosso. Se un uomo volesse bene a Dio fino a sacrificarsi per Lui, ma non amasse gli uomini, sarebbe un pagano. Anche un dio pagano dice che bisogna morire per lui. Ma noi abbiamo un Dio cristiano, che è morto per noi. Allora il martire è colui che emula la figura di Dio che muore per noi, muore per i nemici, muore per i peccatori.
Questo è la vita di Gesù, che sulla croce non fa altro che emulare l’amore del Padre per gli uomini, fino a donare anche l’ultimo respiro per amore degli uomini. Il dono della sua morte, è stato semplicemente l’ultimo gesto di un’esistenza tutta donata, la conclusione naturale di tutta la Sua vita. Non basta ricevere l’Eucaristia: l’Eucaristia esige coerenza. Fare memoria di Gesù Cristo nell’Eucaristia vuol dire fare comunione con questo Figlio di Dio; significa condividere questo progetto: dono, rendere grazie, dedizione, martirio.
Padre Domenico Marsaglia

