Lettera ad un volontario stanco
Carissimi,
oso ripresentarvi la lettera della possibile stanchezza che cerca di aggredirci e renderci stanchi e affaticati nella nostra opera preziosa di servizio caritatevole ai poveri più poveri, ai bisognosi, ai sofferenti. Pertanto, caro volontario "stanco" ... o al tramonto?... o in via di estinzione?..., non so come chiamarti, ma sì che sto parlando di te, di te che da un po' di tempo stai saltando qualche turno di servizio e partecipi ai nostri importanti incontri di supervisione in modo sempre più saltuario.
Quando riusciamo a contattarti (sempre con qualche difficoltà) ci esponi, spesso con dovizia di particolari, tutte le ragioni e gli accidenti che causano la riduzione del tuo impegno: quasi sempre un elenco di fatti, fatterelli, fattacci che caratterizzano e disturbano, chi più chi meno, la vita e l'opera di tutti noi. Di alcuni problemi poi, se vi ricordate, ci parlavate anche allora, quando il vostro impegno e la vostra presenza nel servizio operativo erano esemplari. A volte si tratta di guai che sembrano ripetersi e colpire con particolare incredibile frequenza. Il fatto è che la spiegazione che alcuni mi danno, peraltro mai esplicitamente da me richiesta, di questa riduzione del vostro, o tuo, impegno, ha il sapore di una giustificazione un po' raffazzonata, più che non di semplice verità. La verità è che probabilmente, dopo tutti questi anni (o per alcuni anche solo mesi, ognuno ha i propri tempi), tu, voi, incominciate a sentirti, sentirvi stanco o stanchi, non stufo, neanche annoiato dall'esperienza, semplicemente un po' stanco o stanchi. Ma è naturale che vi succeda! Ogni esperienza, se vissuta in modo intenso, stanca. Lavorare, anche quando il lavoro piace, stanca, divertirsi spesso stanca, stare in relazione con l'altro stanca, amare stanca, vivere "da vivi", in fondo, stanca.
Forse vegetare non stanca, stare in compagnia di noi stessi non stanca, anche se spesso stufa, annoia, deprime. E allora impariamo a viverla questa nostra stanchezza, a riconoscerla, ad accettarla e a gestirla come semplice indicatore dell'intensità del nostro vivere! E se vogliamo fronteggiarla in modo intelligente e proficuo non pensiamo solo al riposo come unico antidoto, ma anche al senso che diamo a ciò che facciamo!
Ciò che ci condiziona maggiormente nell'organizzare e gestire il nostro quotidiano è soprattutto la povertà o la ricchezza di senso, di cui spesso non viviamo la piena consapevolezza.
Troppo sovente usiamo il metro dell'entusiasmo nel valutare e certificare la qualità della nostra vita e la bontà delle nostre scelte, dimenticando però che l'entusiasmo è un ottimo e prezioso additivo per il nostro "motore". Con esso si viaggia meglio e si consuma meno ma il carburante è proprio il senso... e senza carburante non c'è additivo che tenga: il motore non gira. L'essenziale è esserne sempre del tutto consapevoli.
Il rischio reale che corriamo un po' tutti, dopo tanto, mai troppo, tempo di servizio, non è la perdita del senso, ma la perdita della consapevolezza di questa nostra stupenda esperienza di volontariato per mezzo del quale più ci si dona, più ci si arricchisce e più con la gioia di donare ci si riempie il cuore di servire.
Un caro saluto a tutti e a ciascuno di voi.
Don Adriano

